Birmania: San Suu Kyi condannata a 18 mesi di arresti domiciliari

Birmania: San Suu Kyi condannata a 18 mesi di arresti domiciliari

Nuova condanna per il Nobel alla Pace birmano Aung San Suu Kyi, accusata questa volta di aver ospitato nella propria abitazione l’americano John Yettaw, infrangendo in questo modo le misure degli arresti domiciliari. Il leader dell’opposizione dell’attuale Myanmar, che si trova ai domiciliari praticamente dal 1989, è stata condannata a tre anni di reclusione, ma in seguito il generale Than Shwe, capo della giunta militare che è al potere, ha deciso di ridurre la pena a 18 mesi di arresti domiciliari. In questo modo al capogruppo della Lega nazionale per la democrazia viene impedito di partecipare alle elezioni che dovrebbero svolgersi nel 2010. I fatti risalgono al 3 maggio scorso, quando Yettaw raggiunse a nuoto la casa sul lago dove la San Suu Kyi stava scontando i domiciliari perché – sostiene lo statunitense – credeva che la vita della donna fosse in pericolo. Le successive due notti Yettaw, condannato a 7 anni di lavori forzati per immigrazione illegale, violazione delle leggi sulla sicurezza e per violazione delle norme municipali sull’attività natatoria, rimase ospite della San Suu Kyi, violando così i termini della reclusione.

La strana dinamica del caso e le continue angherie perpetrate dalla giunta militare birmana contro la donna che è oramai diventata simbolo della lotta per la libertà birmana, ha fatto sì che la notizia abbia avuto altissima risonanza . L’eco della vicenda è stato infatti molto ampio e risposte di sdegno si sono avute in tutto il mondo. Il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon, così come il presidente americano Barack Obama hanno espresso preoccupazione per la condanna, ed hanno chiesto al governo della Birmania il rilascio immediato e senza condizioni di Aung San Suu Kyi. Messaggi durissimi sono arrivati anche dall’Unione Europea, dove si stanno studiando “nuove sanzioni contro la Birmania, che comprendono restrizioni commerciali contro compagnie di Stato e il divieto di ingresso nella Ue per i quattro responsabili della sentenza”. Inoltre l’Unione Europea “intensificherà il lavoro con la comunità internazionale per ottenere il rilascio di San Suu Kyi e degli altri prigionieri politici in Birmania“. Al coro di disappunto si sono uniti anche Frattini, Brown, Sarkozy e tanti altri, oltre che le maggiori istituzioni e organizzazioni internazionali. Quattordici premi Nobel hanno firmato una lettera aperta – indirizzata all’Onu – dove chiedono al Consiglio di Sicurezza di indagare sui crimini contro l’umanità in Myanmar, ed aggiungono: ”è fondamentale che il regime risponda dei suoi crimini e che la portata della sua brutalita’ sia oggetto di un’inchiesta. Noi riteniamo che sia tempo di mettere fine all’impunita’ dei crimini della giunta militare”.


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